Derivante da tecniche di meditazione di origine buddhista, la mindfulness oggi si trova in una posizione di crescente interesse, avendo dato il via a numerosi studi dai risultati particolarmente incoraggianti in ambito medico-terapeutico.

Che cos’è e cosa non è la mindfulness

Mindfulness, parola di derivazione inglese, significa consapevolezza. Nell’ambito di cui andremo a parlare è intesa come una consapevolezza molto particolare, legata all’esperienza sensoriale. Come accennato, la mindfulness deriva da tecniche di meditazione del buddhismo classico con lo scopo di metterci in una relazione differente con il senso di disagio che tutti nella vita sperimentiamo.
Viene spesso scambiata con tecniche di rilassamento, pensando che si tratti di un modo per entrare in una sorta di “trance” e raggiungere uno stato di benessere interiore. In realtà la mindfulness consiste in un approccio mentale che ci spinge a non respingere né negare le esperienze negative, ma anzi di accettarle e diventarne consapevoli per continuare il proprio percorso di crescita personale.
Numerosi studi, ancora in fase di implementazione, stanno verificando l’efficacia delle tecniche di mindfulness applicate a diversi ambiti. Quello che andremo ad analizzare è quello legato all’alimentazione: la mindful eating.

Che cos’è la mindful eating?

In termini un po’ più tecnici, per mindful eating si intende un approccio con il cibo basato sulle tecniche della mindfulness applicate all’alimentazione: essa ci insegna come mangiare e non cosa e quanto. Si tratta quindi di alimentazione consapevole legata alla piena attenzione da prestare all’alimentazione stessa.
Attraverso l’acquisizione di consapevolezza dei nostri diversi stati interni, legati alle sensazioni fisiche, emozioni e pensieri, la mindful eating è in grado di riconnetterci alla nostra cosiddetta e inconscia “saggezza interiore”.

Come si pratica la mindful eating

Il TMCE, Centre for Mindful Eating, è l’ente no-profit di riferimento per la mindful eating nato nel 2006 con lo scopo di diffonderne i principi e proseguire nella ricerca scientifica. Qui è stato possibile studiare programmi ad hoc, come ad esempio il Mindfulness-Based Eating Awareness Training (MB-EAT): si tratta di un programma basato su evidenze scientifiche strutturato in nove incontri più due, finalizzati al migliorare il proprio approccio con il cibo e la conseguente abitudine alimentare.
MB-EAT si basa su tre pilastri: mindfulness, psicoeducazione e tecniche cognitivo-comportamentali.

Per quanto riguarda il primo pilastro, attraverso tecniche di neuroimaging, il paziente diventa capace di implementare la capacità di autoregolazione nei comportamenti alimentari. Questo risulta essere d’aiuto per evitare di incorrere in patologie come bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (BED), strettamente collegata alla disregolazione emotiva e degli impulsi.

Nell’ambito della psicoeducazione, vengono trattati contenuti più didattici incentrati sugli aspetti emotivi e cognitivi che emergono nei confronti del cibo, ad esempio: bias cognitivo (deviazione dalla razionalità del giudizio), condizionamenti esterni quali l’imperativo “mangia tutto quello che hai nel piatto” e/o meccanismi collegati al senso di sazietà. Vengono inoltre spiegati i nove tipi di fame, le sei fasi del mangiare e il livello di soddisfazione delle papille gustative.

Le tecniche cognitivo-comportamentali invece riguardano una fase più pratica in cui viene esposto il paziente al cibo cosiddetto trigger, ovvero capace di generare ansia. In questa fase il cibo viene trattato come oggetto fobico a cui esporsi per poi estinguere gradualmente lo stato di malessere. Il paziente imparerà quindi a gestire lo stato di ansia traendone una relazione più consapevole e sana.

Mindful eating è dunque un nuovo approccio nei confronti del cibo che porta ad una nuova consapevolezza interiore sviluppata attraverso esercizi di meditazione guidati. Questi ultimi, tratti dalle tecniche del MBSR (sitting meditation, body scan, movimenti consapevoli) portano il paziente a sviluppare una nuova relazione salutare con il cibo basata sull’ascolto dei segnali che il corpo trasmette, sull’impiego dei cinque sensi, su emozioni e pensieri e sviluppando un buon grade accettazione, auto-compassione e perdono.

Con la MB-EAT si scopre quanto si è realmente affamati e quale fame si attiva (fame degli occhi, della bocca, del naso, delle orecchie, del tatto, fame cellulare, del cuore, dello stomaco, della mente) e si impara a distinguere la sazietà dalla pienezza gastrica, acquisendo la capacità di compiere scelte alimentari più consapevoli.

Mindful eating e dieta: non sono la stessa cosa

La mindful eating amplia la godibilità del cibo attraverso l’acquisizione della consapevolezza. Le diete classiche non solo fanno perdere il senso di godibilità del cibo ma provocano la disconnessione dal nostro corpo. La soddisfazione legata al cibo si lega a sensazioni quali sentirsi bene in situazioni di convivialità con parenti e amici, godere del cibo che si sta mangiando. La dieta rimuove il senso di soddisfazione inculcando il “mangiare perché si deve” e non il “mangiare perché è buono”, che vanno ad aggiungersi ai sensi di limitazione, controllo e sacrificio, le quali vanno ad interagire sul rapporto di piacere creato con il cibo. Questo paradosso viene bypassato dalla mindfulness, puntando sull’enfasi della soddisfazione in base alla qualità del cibo che si mangia, permettendo di sviluppare la capacità di trarre piacere anche da quantità più ridotte. L’esperienza della mindful eating, quindi del mangiare consapevole, è un processo che consente al paziente di lasciarsi andare e sviluppare un atteggiamento più rilassato nei confronti del cibo, in contrasto con quei dettami colpevolizzanti che spesso esistono nei confronti dell’alimentazione.

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